La terapia narrativa rappresenta un approccio fondamentale per affrontare il dolore cronico, una condizione che, in sindromi come la vulvodinia si manifesta con un impatto fisico molte volte invalidante. Come sottolinea la dottoressa Elisa Stefanati, psicoterapeuta presso il Poliambulatorio AEsthe Medica di Ferrara, «questa sofferenza non va intesa solo come un sintomo prolungato, ma come un’esperienza complessa che con implicazioni importanti sull’immagine e sulla memoria di sé.
Il dolore, pur nella sua fisicità, si fonde con emozioni e interpretazioni che diventano parte della storia biografica di chi ne soffre. È proprio qui che interviene la terapia narrativa: l’obiettivo è ristrutturare il racconto della malattia affinché il dolore, trasformandosi in parola condivisa, perda parte della sua forza distruttiva e smetta di essere l’unico elemento totalizzante della vita della paziente.».
Terapia narrativa: di cosa si tratta
«La terapia narrativa parte dal presupposto che la persona non sia il problema: il problema è solo e unicamente il problema» spiega la psicoterapeuta. «Questo permette di ridurre l’identificazione totalizzante con la sofferenza, che sia fisica oppure psicologica, restituendo centralità alla persona e allentando la focalizzazione costante sul dolore».
Lavora sui significati, non solo sui sintomi
«Una buona parte della sofferenza è mantenuta viva e intensa dai significati attribuiti all’esperienza (“sono difettosa”, “non guarirò mai”» spiega Stefanati. La terapia narrativa aiuta a rivedere e trasformare queste narrazioni: riscrivendo la propria storia, la persona recupera il ruolo di autrice della propria vita, anziché sentirsi vittima passiva degli eventi o della malattia. Le esperienze, anche quelle dolorose, vengono rilette alla luce di nuovi significati, più coerenti con i valori, le risorse e i desideri della persona».
Integra mente, corpo ed esperienza relazionale
«Le storie che raccontiamo su noi stessi e sulla nostra sofferenza influenzano anche il modo in cui viviamo il corpo, le emozioni e le relazioni, rendendo l’approccio narrativo particolarmente adatto a prendere in carico problematiche complesse come la vulvodinia» conclude l’esperta.
Perché può essere utile in caso di vulvodinia
La terapia narrativa può rivelarsi un supporto prezioso nei casi di vulvodinia, inserendosi efficacemente nell’articolato quadro di intervento che rappresenta l’approccio più corretto per affrontare una patologia così complessa.
Riduce la fusione identitaria con il dolore
«Nelle sindromi dolorose croniche, e nella vulvodinia in modo particolare, il dolore rischia di diventare l’elemento centrale dell’identità della donna che ne soffre» commenta la psicoterapeuta. «L’esternalizzazione aiuta a creare distanza: il dolore non è più “la mia totalità” ma “una parte della mia esperienza” e nel momento in cui il dolore viene nominato, descritto e osservato come qualcosa di separato dalla persona si riduce il senso di sopraffazione che procura».
Contrasta narrazioni di colpa, vergogna e impotenza
«La vulvodinia è spesso accompagnata da storie di fallimento e incomprensione, anche perché tocca la sfera dell’intimità, area sempre molto inflazionata di stigmatizzazione» continua Stefanati. «La terapia narrativa permette di riconoscere il contesto (medico, culturale, relazionale) in cui queste storie si sono costruite riuscendo a dare voce all’esperienza soggettiva, troppo spesso trascurata. Raccontare e riorganizzare la propria storia permette alla persona di sentirsi creduta, legittimata e riconosciuta, elementi fondamentali per vivere in maniera meno drammatica il dolore persistente».
Favorisce una relazione più accogliente verso se stesse e il proprio corpo
«Il dolore raccontato apre la strada alla ricerca di “storie alternative”: questo permette di individuare episodi di resistenza, competenza e cura di sé che spesso restano invisibili nelle narrazioni dominanti» spiega Stefanati. «La nuova storia a cui si dà vita non è una storia “positiva a tutti i costi”, ma è comunque una storia più complessa, in grado di includere il dolore senza esserne definita. E attraverso queste nuove narrazioni, più ricche e flessibili, il corpo può smettere di essere visto solo come “traditore” o “difettoso” per diventare un alleato che comunica bisogni da accogliere».