“Guarire dalla vulvodinia si può con la biomeccanica”

Guarire dalla vulvodinia è possibile? In questa intervista il professor Ernesto Di Pietro, osteopata e Docente di Biomeccanica Clinica al Corso di Laurea in Osteopatia, Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, spiega come attraverso la biomeccanica medica sia riuscito a risalire prima e poi ad eliminare le cause del dolore intimo cronico in decine e decine di pazienti. Non quindi un trattamento sintomatico, ma un approccio che punta a rimuovere l’origine stessa del problema. Una visione integrata e multidisciplinare che apre scenari nuovi per chi è ancora alla ricerca di una vera possibilità di guarigione. Qui puoi leggere la testimonianza di Ilaria, paziente del prof. Di Pietro, che si è liberata dal dolore definitivamente.

Ernesto Di Pietro
Prof. Ernesto Di Pietro

Professor Di Pietro, può spiegarci in cosa consiste l’approccio della biomeccanica e come si differenzia dal trattamento standard della vulvodinia?

La biomeccanica medica adotta un approccio “a monte”: invece di limitarsi a sopprimere i sintomi, cerca di identificare e correggere la causa meccanica che genera il dolore, analizzando le forze e le tensioni presenti nel corpo. Nel trattamento convenzionale della vulvodinia, purtroppo, si parla quasi sempre di gestione o soppressione del sintomo (farmaci, infiltrazioni, fisioterapia pelvica), ma raramente di guarigione completa. Per il paziente eliminare il dolore è già un grande sollievo, ma dal mio punto di vista non è sufficiente se la causa rimane.

Come è entrato in contatto per la prima volta con la vulvodinia?

Inizialmente non sapevo praticamente nulla di questa patologia: ne avevo sentito parlare, ma non avevo mai trattato una paziente. Un giorno una ginecologa mia conoscente mi chiese di visitare una giovane che era letteralmente disperata: il dolore era tale che non usciva più di casa e non riusciva nemmeno a stare seduta. Ho accettato la sfida.

Qual è stato il suo percorso nel ragionamento che l’ha portata a una visione completamente diversa della malattia?

Ho iniziato studiando l’innervazione della regione vulvare e perineale. Il nervo pudendo, che è il principale responsabile della sensibilità e del dolore in quella zona, nasce dal plesso sacrale. Già in letteratura era noto che una deviazione o una torsione del coccige può comprimere o irritare il nervo pudendo. Quindi questa strada non mi stava portando a niente di nuovo. Approfondendo ulteriormente, però, ho notato che quasi tutti i casi che stavo studiando presentavano gonfiore addominale, spesso legato a disbiosi intestinale. Ma il gonfiore a sua volta interferisce con il diaframma che diventa rigido e non è più in grado di muoversi correttamente. A questo punto la domanda diventa: perché il diaframma non funziona bene? La risposta ci porta molto più in alto…

Il quale modo?

Il diaframma è innervato principalmente dal nervo frenico (che ha origine nelle vertebre C4-C5) e dal nervo vago, che decorre a stretto contatto con le strutture cervicali alte, in particolare C1, la prima vertebra verticale chiamata atlante. A questo punto ho iniziato a controllare il rachide cervicale delle pazienti e ho scoperto che tutte, senza eccezione, presentavano un atlante disallineato rispetto all’asse della colonna, una storia pregressa di trattamenti ortodontici e problemi occlusali e/o malposizione dei denti del giudizio.

Quindi, risalendo lungo le varie strutture corporee, ha scoperto il collegamento tra la vulvodinia a un problema di origine cervicale e odontostomatognatico?

Esattamente. Il filo conduttore è meccanico e neurologico: una disfunzione cranio-cervicale alta (che può essere secondaria a traumi, postura scorretta o a forze occlusali anomale prolungate nel tempo) altera il tono del diaframma e del pavimento pelvico attraverso il nervo frenico e il vago. Ne ne consegue un aumento della pressione intra-addominale, l’irritazione cronica del nervo pudendo e dei suoi rami e quindi la vulvodinia.

Come è passato dalla teoria alla pratica clinica?

Ho iniziato a trattare manualmente il rachide cervicale alto in particolare l’atlante. In parallelo, in collaborazione con un’ortodontista di fiducia (vedi più sotto ndr), abbiamo valutato l’occlusione e il malposizionamento dentale e, nei casi indicati, proceduto all’estrazione dei denti del giudizio (ottavi). I risultati sono stati sorprendenti.

Quali sono stati i risultati concreti in questi anni?

In circa due anni di applicazione sistematica di questo protocollo abbiamo seguito decine e decine di pazienti con diagnosi conclamata di vulvodinia (molte delle quali refrattarie a tutti i trattamenti precedenti). I risultati: diverse pazienti sono completamente guarite con sole 2-3 manipolazioni cervicali più la correzione occlusale. Per altre c’è voluto qualche manipolazione in più; altre ancora stanno continuando il loro percorso ma tutte hanno avuto un miglioramento significativo o molto significativo del dolore e della qualità di vita. Per questo oggi posso affermare con certezza che è possibile guarire dalla vulvodinia.

Che tipo di équipe ha costruito intorno a queste pazienti?

È sempre un lavoro multidisciplinare rigoroso: io mi occupo della parte biomeccanica e osteopatica (colonna, cranio, diaframma); l’ortodontista valuta e corregge l’occlusione; il ginecologo specializzato in dolore pelvico segue la paziente, verifica i progressi clinici e scala gradualmente i farmaci. Quando necessario interviene anche il neurologo (per i farmaci neuropatici) a cui si aggiunge lo psicoterapeuta per la parte psicologica.

Quindi oggi come definisce la vulvodinia nel suo modello?

Nel nostro modello la vulvodinia deriva da una neuropatia del nervo pudendo di origine meccanica, sostenuta da una catena disfunzionale che parte dal distretto cranio-cervicale e occlusale, passa per il diaframma e arriva al pavimento pelvico. Correggendo i segmenti “a monte” si può guarire dalla vulvodinia definitivamente, non solo gestire il sintomo. 

La dottoressa Eleonora Santoro è l’odontoiatra che lavora in team con il prof. Ernesto Di Pietro. Abbiamo rivolto anche a lei qualche domanda.

Eleonora Santoro
Dott.ssa Eleonora Santoro

Dottoressa Santoro, in che modo si inserisce la figura dell’odontoiatra in questo approccio che risale alle cause meccaniche del problema?

Anche i denti sono coinvolti in questa lunga catena. Osservando le pazienti affette da vulvodinia, ci siamo resi conto che avevano una caratteristica in comune: iniziavano a stare meglio quando con trattamenti ortodontici si modificava il carico masticatorio. Nel loro caso, anziché essere fisiologicamente distribuito dai canini ai molari, si evidenziava un interessamento anche alivello del gruppo frontale, con un pre contatto importante tra incisivi superiori e inferiori. Questa situazione crea delle tensioni a livello dell’articolazione temporo-mandibolare, e va quindi a forzare la posizione della mandibola che resta bloccata indietro e in alto, una disfunzione che si riflette poi a livello cervicale.

 

Anche i denti del giudizio sono coinvolti? E come?

Dipende caso per caso. La presenza degli ottavi, soprattutto se ci sono asimmetrie (ad esempio se nell’arcata inferiore ne è presente solo uno) o di affollamento dentale, può essere fonte di tensioni all’interno della bocca, di forze che possono peggiorare il quadro. Bisogna valutare ogni singola situazione, non c’è un protocollo fisso per tutte.

Potrebbe essere sufficiente allora solo intervenire a livello dentale?

Assolutamente no, è un lavoro di équipe, dove ognuno interviene nella propria area di competenza ma sempre in sinergia con gli altri professionisti. Per esempio, ho osservato che quando una paziente in terapia ortodontica effettua contemporaneamente delle sedute di biomeccanica della colonna per liberare le tensioni a livello cervicale, la malocclusione si risolve più velocemente.

Si tratta di una speranza concreta per le donne che non sanno più a chi rivolgersi…

Per quanto riguarda la mia esperienza clinica, i risultati osservati sulle pazienti trattate sono molto soddisfacenti.